Opere

Faust(o)

Pretesto da Christopher Marlowe e Johann Wolfgang Goethe

Questo moderno dottor Faust, uomo dalle enormi facoltà intellettuali ma totalmente scevro di esperienze umane, vive rintanato ed annoiato dalla propria vita. Stanco della propria esistenza, dal buio egli evoca il demone Mefistofele, a cui vende la propria anima in cambio dell’annientamento della propria solitudine attraverso l’amore. Ciò che Faust non ha previsto è che, firmato il contratto, Mefistofele cercherà con tutti i mezzi di farlo innamorare di lui.

Lo spettacolo, che fondamentalmente riprende il meccanismo del testo di Marlowe e parodizza il lato mondano della sublimità di quello goethiano, si pone tematicamente come un’indagine in chiave grottesca sopra la conformità e la conseguente noia della stereopatìa dei ruoli (borghesi e piccolo-borghesi) all’interno del rapporto di coppia amoroso. Mefistofele è perennemente e meta teatralmente impegnato ad intrattenere il proprio compagno (ma il gender dei protagonisti è secondario) acciocché non si accorga dell’inutilità del tempo passato assieme, della vacuità delle risposte per le quali il dottore avrebbe impegnato l’anima (e la sua solitudine). La molteplicità delle identità assunte dal demone, corrispondenti ad uno sfrenato slittare di ruoli (e conseguenti costumi, linguaggi, situazioni), sono le gabbie, le trappole, in cui il suo amore demoniaco cerca di far cadere un uomo fondamentalmente impreparato al matrimonio.

Uno spettacolo sostanzialmente al buio: da esso emergono i luoghi, i personaggi e con loro i fatti. Una scena si trasforma nella successiva, non ne è seguita. Il buio non è una pausa – riflessiva – poiché i fatti nella vita continuano ad accadere anche se non li si nota. Esso non è perciò una censura bensì la manifestazione in sottrazione dell’imponderabilità di certi stadi del concepire il reale.

Lo spettacolo si pone infine come uno studio del modo in cui, sempre più feticisticamente, l’essere umano postcapitalista concepisce la propria sensibilità, il proprio rapporto con l’intimità, singola e condivisa. La volgarità del pop squarcia progressivamente il clima gotico, secondo gli schemi di una progressione (simbolistica) musicale che, come nella catarsi di Faust, non più quella marlowiana né quella goethiana, invita lo spettatore a liberarsi dai “fantasmi” dei ruoli della rappresentazione (sociale).

MEFISTOFELE. Non c’è più Cristo per te, ormai. Non c’è più la tua anima. Ora hai solo me.

Regia di Mario Biondino
Con Mario Biondino e Mirko Iaquinta
Assistenza alla regia e consulenze: Massimiliano Palombi
Costumi: Loredana Borgomazzi
Luci e fonica: Christian Taggiasco

L'olio Crocifissione in scena è di Mario Palombi (1969)

Prima: gennaio 2016

Recensione 1

Recensione 2

Trailer

In foto: Mario Biondino e Mirko Iaquinta