Il mio teatro
Un’autoanalisi

























Non do lezioni a nessuno. Lavorando attivamente nel campo del teatro da più di quindici anni, sono però giunto alla conclusione che il mio percorso di produzione non può discostarsi, nella sua fase più pratica, da una contemporanea di studio teorico. Il mondo oggi sembra essersi riempito di artisti. Io non credo basti avere qualcosa da dire (di solito non basta mai), più necessario mi pare interrogarsi sulle forme attraverso le quali estrinsecare l’idea (e mi si perdoni il facile crocianesimo). Lo studio dei linguaggi, nel senso strutturale e strutturato, come sonoro e fonetico (dal greco phoné: suono, voce - donde il nome della Compagnia che ho fondato), del termine, pur articolandosi in una gerarchia affatto naturalistica, va di pari passo con la ricostruzione e la definizione di un cosmos tematico: da ciò la necessità di un allargamento semantico del concetto di studio come dell’oggetto “indagato” dallo stesso. Ecco la mia libertà dal testo: che perciò si fa pre-testo. Ecco le mie scorrettezze filologiche.

Non è tutto.

Bisogna essere stati lucidi quanto basta per permettersi, dopo, di non esserlo più: l’attore ed il regista devono, credo, arrivare infine a coincidere donando e scambiandosi vicendevolmente quanto di dionisiaco e di apollineo hanno maturato. Allora, quando si è fortunati, il teatro riesce in ultimo a porsi quale forma di più estrema sintesi dell’esperienza e del pensiero.L’ al passo coi tempi nasce non ricercato ma è fisiologico frutto dell’esperienza e della sensibilità.

Non mi interessa sapere se sono un artista.

  Una chiacchierata sul mio teatro...