Oltre il teatro




























Sono, prima di tutto, un lettore vorace ed onnivoro, con una tendenza per la letteratura classica rispetto a quella degli autori contemporanei (tra le poche eccezioni italiane potrei citare Gadda per la narrativa, Sanguineti per la poesia e Pasolini per il resto). Pur non essendomi possibile compilare una "classifica" dei miei autori preferiti, più facile mi risulterebbe citare Tasso e Dostoevskij fra quelli con cui, negli anni, non ho smesso di tornare a confrontarmi. Negli anni dell’adolescenza sono nati, di pari passo, l’amore per la scena e l’amore per la (grande) letteratura: ricordo tra i primi testi che davvero mi colpirono 1984, Moby Dick, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde ed Il pendolo di Foucault. A dieci anni leggevo Shakespeare senza capirlo, ma almeno facevo le voci. Forse non sono andato poi tanto avanti.

Ascolto musica esattamente come leggo.
Pur abbandonate, ancora da adolescente, le lezioni di pianoforte che seguivo sin da giovanissimo, non ha scemato l’amore per la musica, dapprima esclusivamente per quella psichedelica dei Pink Floyd (il primo album che ascoltai, estasiato, fu The Wall – con a conclusione quell’enorme pezzo di teatro espressionista di The Trial) e classica (in principio furono Mahler e Beethoven – poi vennero Rossini, i romantici francesi e gli sperimentalisti del Novecento), acquisendo solo in seguito un’ancor maggiore ampiezza di riferimenti. In linea con i miei studi sopra il Postmodernismo (le sue forme di camp e di intertesto) sono i miei recenti interessi per la musica non classica post anni ’70, nell’estremizzazione della sua nozione di pop (donde l’isteria sublime del trash).

Serbo dell’ammirazione infine anche per il cinema, sebbene pochi, credo, siano riusciti a creare qualcosa di veramente degno (che non vuol per forza dire di bello – che vuol dire bello?).L’eleganza kubrickiana resta insuperata.

Circa tanto brutto cinema contemporaneo mi sembra, per usare le parole di Umberto Eco ne Il nome della rosa, che "a poco a poco l’uomo che rappresenta mostri e portenti di natura per rivelare le cose di Dio, prende gusto alla natura stessa delle mostruosità che crea e si diletta di quelle, e per quelle, né vede più che attraverso quelle."